Racconti
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Spedizione gratuita per ordini superiori a 99€

Entrare nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano mette di fronte a una superficie dipinta che ha attraversato più di cinquecento anni di storia. L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci unisce sperimentazione artistica, dettagli simbolici e complesse vicende di conservazione. Ripercorriamo 10 curiosità per comprendere da vicino la storia e i segreti di questo capolavoro.
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| Opera | Ultima Cena |
| Autore | Leonardo Da Vinci |
| Committente | Lodovico Il Moro |
| Anni di realizzazione | Tra il 1494 e il 1498 |
| Luogo | Refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano |
| Tecnica | Dipinto parietale a tempera grassa su intonaco |
| Dimensioni | 9 metri di larghezza per 4 metri di altezza |
Al contrario di quanto si pensa spesso, l'Ultima Cena non è un affresco tradizionale. Leonardo da Vinci scelse di realizzare un dipinto parietale a tempera grassa e olio su un doppio strato di intonaco idrorepellente. Questa tecnica gli permetteva di lavorare con calma, ritoccare i dettagli e sfumare i colori come su una tela. Tuttavia, la parete del refettorio, esposta all'umidità della vicina cucina, si rivelò poco adatta a sostenere la pittura a secco, causando un rapido deterioramento della pellicola pittorica.
Il dipinto iniziò a mostrare problemi di conservazione già pochi anni dopo la sua conclusione. La combinazione di umidità e tecnica sperimentale provocò il distacco di piccole scaglie di colore. Nel 1568, lo storiografo Giorgio Vasari descriveva l'opera come talmente deteriorata che "non si scorge più se non una macchia abbagliata".
Per preservare la pellicola pittorica dalle polveri sottili, dall'umidità e dal particolato immesso dai flussi dei visitatori, il refettorio è stato dotato di un avanzato impianto di filtraggio e ricambio dell'aria. Il restauro ambientale consente di immettere aria purificata all'interno della sala, mantenendo microclima e temperatura costanti per proteggere i pigmenti leonardeschi nel tempo.
A causa dei severi limiti imposti per tutelare l'opera, l'accesso al Cenacolo avviene solo su prenotazione per gruppi contingentati. Con una capienza massima regolata per preservare il microclima, il Museo del Cenacolo Vinciano registra costantemente il tutto esaurito, superando i 450.000 visitatori all'anno e confermandosi tra i siti museali statali più visitati d'Italia.
L'opera copre l'intera parete di fondo del refettorio con una superficie imponente: misura 460 centimetri di altezza per 880 centimetri di larghezza. Leonardo progettò la prospettiva del dipinto come un prolungamento illusorio dello spazio reale della sala in cui i frati consumavano i pasti.
La scena rappresenta il momento raccontato nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù annuncia che uno dei discepoli lo tradirà. Leonardo scompone la reazione degli apostoli in quattro gruppi da tre, catturando sul volto e con i gesti delle mani un'ampia gamma di emozioni: dallo sconcerto all'incredulità, dalla rabbia al dolore.
Tra le figure di Pietro e Giuda si nota una mano che impugna un coltello, ritorta verso l'esterno. Gli studi storico-artistici e i restauri del Novecento hanno chiarito che il braccio appartiene a San Pietro, che tiene l'arma ripiegata all'indietro in un gesto di scatto impulsivo, prefigurando l'episodio in cui difenderà Gesù nel giardino degli ulivi.
La tavola imbandita riflette la tradizione del Pesach, la Pasqua ebraica. Sul pennello di Leonardo compaiono pane azzimo, erbe amare e fette di pesce arrostito servito con arance, un dettaglio gastronomico rinascimentale integrato nella raffigurazione biblica. La presenza del charoset, salsa a base di frutta secca e spezie, richiama le usanze rituali del banchetto pasquale.
Fu Lodovico Sforza, detto il Moro, a commissionare l'opera a Leonardo tra il 1494 e il 1498. Il duca di Milano intendeva trasformare la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il relativo convento domenicano nel mausoleo celebrativo della casata degli Sforza.
Sopra il dipinto principale, Leonardo affrescò tre lunette araldiche decorate con festoni di fiori, foglie e frutti, al cui centro campeggiano gli stemmi della famiglia Sforza. Gli studi riflettografici sulla lunetta centrale hanno svelato sotto lo strato pittorico le tracce di un disegno preparatorio raffigurante il biscione visconteo, emerso durante i restauri conservativi.
Osservare l'Ultima Cena permette di cogliere l'incontro tra l'intuito scientifico e la sensibilità artistica di Leonardo da Vinci. Ogni elemento sulla parete del refettorio, dalla gestione della luce agli sguardi dei protagonisti, invita a riscoprire una delle testimonianze più affascinanti del Rinascimento italiano.
Se desideri approfondire la ricchezza culturale e gastronomica del capoluogo lombardo, consulta le guide di Milano per organizzare il tuo itinerario in città.
Per ritrovare a tavola i prodotti legati alle tradizioni locali e agli ingredienti storici, visita la selezione disponibile nello store online di Eataly o vieni a trovarci a Eataly Milano Smeraldo.
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Entrare nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano mette di fronte a una superficie dipinta che ha attraversato più di cinquecento anni di storia. L'Ultima Cena di Leonardo da Vinci unisce sperimentazione artistica, dettagli simbolici e complesse vicende di conservazione. Ripercorriamo 10 curiosità per comprendere da vicino la storia e i segreti di questo capolavoro.
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| Opera | Ultima Cena |
| Autore | Leonardo Da Vinci |
| Committente | Lodovico Il Moro |
| Anni di realizzazione | Tra il 1494 e il 1498 |
| Luogo | Refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano |
| Tecnica | Dipinto parietale a tempera grassa su intonaco |
| Dimensioni | 9 metri di larghezza per 4 metri di altezza |
Al contrario di quanto si pensa spesso, l'Ultima Cena non è un affresco tradizionale. Leonardo da Vinci scelse di realizzare un dipinto parietale a tempera grassa e olio su un doppio strato di intonaco idrorepellente. Questa tecnica gli permetteva di lavorare con calma, ritoccare i dettagli e sfumare i colori come su una tela. Tuttavia, la parete del refettorio, esposta all'umidità della vicina cucina, si rivelò poco adatta a sostenere la pittura a secco, causando un rapido deterioramento della pellicola pittorica.
Il dipinto iniziò a mostrare problemi di conservazione già pochi anni dopo la sua conclusione. La combinazione di umidità e tecnica sperimentale provocò il distacco di piccole scaglie di colore. Nel 1568, lo storiografo Giorgio Vasari descriveva l'opera come talmente deteriorata che "non si scorge più se non una macchia abbagliata".
Per preservare la pellicola pittorica dalle polveri sottili, dall'umidità e dal particolato immesso dai flussi dei visitatori, il refettorio è stato dotato di un avanzato impianto di filtraggio e ricambio dell'aria. Il restauro ambientale consente di immettere aria purificata all'interno della sala, mantenendo microclima e temperatura costanti per proteggere i pigmenti leonardeschi nel tempo.
A causa dei severi limiti imposti per tutelare l'opera, l'accesso al Cenacolo avviene solo su prenotazione per gruppi contingentati. Con una capienza massima regolata per preservare il microclima, il Museo del Cenacolo Vinciano registra costantemente il tutto esaurito, superando i 450.000 visitatori all'anno e confermandosi tra i siti museali statali più visitati d'Italia.
L'opera copre l'intera parete di fondo del refettorio con una superficie imponente: misura 460 centimetri di altezza per 880 centimetri di larghezza. Leonardo progettò la prospettiva del dipinto come un prolungamento illusorio dello spazio reale della sala in cui i frati consumavano i pasti.
La scena rappresenta il momento raccontato nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù annuncia che uno dei discepoli lo tradirà. Leonardo scompone la reazione degli apostoli in quattro gruppi da tre, catturando sul volto e con i gesti delle mani un'ampia gamma di emozioni: dallo sconcerto all'incredulità, dalla rabbia al dolore.
Tra le figure di Pietro e Giuda si nota una mano che impugna un coltello, ritorta verso l'esterno. Gli studi storico-artistici e i restauri del Novecento hanno chiarito che il braccio appartiene a San Pietro, che tiene l'arma ripiegata all'indietro in un gesto di scatto impulsivo, prefigurando l'episodio in cui difenderà Gesù nel giardino degli ulivi.
La tavola imbandita riflette la tradizione del Pesach, la Pasqua ebraica. Sul pennello di Leonardo compaiono pane azzimo, erbe amare e fette di pesce arrostito servito con arance, un dettaglio gastronomico rinascimentale integrato nella raffigurazione biblica. La presenza del charoset, salsa a base di frutta secca e spezie, richiama le usanze rituali del banchetto pasquale.
Fu Lodovico Sforza, detto il Moro, a commissionare l'opera a Leonardo tra il 1494 e il 1498. Il duca di Milano intendeva trasformare la chiesa di Santa Maria delle Grazie e il relativo convento domenicano nel mausoleo celebrativo della casata degli Sforza.
Sopra il dipinto principale, Leonardo affrescò tre lunette araldiche decorate con festoni di fiori, foglie e frutti, al cui centro campeggiano gli stemmi della famiglia Sforza. Gli studi riflettografici sulla lunetta centrale hanno svelato sotto lo strato pittorico le tracce di un disegno preparatorio raffigurante il biscione visconteo, emerso durante i restauri conservativi.
Osservare l'Ultima Cena permette di cogliere l'incontro tra l'intuito scientifico e la sensibilità artistica di Leonardo da Vinci. Ogni elemento sulla parete del refettorio, dalla gestione della luce agli sguardi dei protagonisti, invita a riscoprire una delle testimonianze più affascinanti del Rinascimento italiano.
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